April 23rd
Starbucks arriva in Italia: tutto quello che c’è da sapere sul colosso del Frappuccino

Che lo si ami o lo si odi, l’arrivo di Starbucks a Milano – previsto per il prossimo ottobre – sarà uno degli eventi clou dell’anno: per non essere colti impreparati, ecco tutto ciò che gli esclusivi Soci di Diners Club devono sapere sul colosso americano

 

La notizia rimbalza già da anni, tra mille smentite, poche conferme e altrettanti silenzi, ma ora è più che mai ufficiale: il prossimo ottobre, la multinazionale americana del Frappuccino, portata al successo da Howard Schultz, aprirà la sua prima insegna in Italia a Milano – una torrefazione di oltre 2.400 metri quadri – nell’ex palazzo delle Poste di piazza Cordusio, a pochi minuti da piazza Duomo. Il negozio milanese sarà il più grande d’Europa, «per dare onore all’artigianalità del caffè e dare omaggio alla cultura italiana; l’impronta scelta per il locale è quella della Roastery, torrefazione: costruiremo una vera fabbrica del caffè e un centro di panificazione con l’alleato italiano Princi», come spiega lo stesso Schultz, oggi amministratore delegato del gruppo.

 

Per vincere le reticenze e il campanilismo dei più – perché per quanto ormai aperti alle novità e più “internazionali”, per gli italiani il caffè rimane sacro – la formula che il tycoon ha sposato si basa su un mix che fa dell’offerta digitale e dell’hi-tech il suo principale punto di forza. Come? Attraverso la scelta di una location centrale dove professionisti, avvocati, imprenditori, ma anche studenti hanno bisogno di un ambiente munito di dotazioni tecnologiche all’avanguardia, per potersi prendere una pausa in totale tranquillità, senza dover rinunciare a una buona connessione wi-fi e, soprattutto, senza avere l’ansia di liberare il tavolo una volta finita la propria consumazione.

Al di là delle bevande e dell’offerta gastronomica, infatti, la vera novità che Starbucks introdurrà a Milano, ormai data per scontata nelle oltre 27mila coffee house presenti nel mondo, sarà la possibilità di lavorare, studiare, leggere o incontrarsi in un luogo all’interno del quale è piacevole restare, che mette a disposizione qualsiasi comfort (prese per caricare gli smartphone, wi-fi gratuito, da un po’ di tempo anche contenuti come film, serie tv e news) per trasformare il semplice bar in una sorta di secondo ufficio, o di seconda casa.

 

La storia di Starbucks è avvincente e strettamente legata a quella di Howard Schultz: cresciuto nelle case popolari di Brooklyn, inizia a lavorare sin da adolescente per garantire un reddito alla famiglia dopo che il padre, autista di camion senza assicurazione sanitaria, rimane immobilizzato a causa di un incidente. Entrato alla Northern Michigan University grazie a una borsa di studio conquistata per meriti sportivi, Schultz decide poi di non giocare a football per mantenersi all’università, ma di sottoscrivere un prestito d’onore e, per vivere, fa diversi lavori fra cui quello di barista.

Dopo la laurea a 22 anni, trova un posto in Xerox, dove diventa un esperto di vendite, e tre anni più tardi entra in Hammarplast, una società di prodotti per la casa di proprietà di un’azienda svedese, di cui diventerà vice presidente e general manager alla guida del team di venditori. Ed è lavorando per Hammarplast che entra in contatto con Starbucks: la piccola torrefazione di Seattle, infatti, cattura la sua attenzione con un ordine di grosse dimensioni per caffettiere all’americana: colpito dalla determinazione dei fondatori a investire in un prodotto di nicchia, Schultz decide di incontrarli e un anno più tardi diventa il loro direttore marketing e retail.

 

La svolta però arriva dopo un viaggio a Milano, durante il quale egli nota il rapporto personale fra i baristi della città e i propri clienti, e cerca di convincere i fondatori di Starbucks a trasformare la torrefazione in una caffetteria d’ispirazione italiana, ricevendo un secco no come risposta.

Senza perdersi d’animo, persegue l’idea con la sua nuova insegna, “Il Giornale”, e dopo aver trascorso due anni a raccogliere i fondi necessari, nel 1987 tramite quest’ultima acquisisce le caffetterie Starbucks per 3,8 milioni di dollari, diventandone Ceo.

Nel 1992, con una catena di 165 caffetterie, Starbucks sbarca a Wall Street e chiude l’anno con un giro d’affari da 93 milioni di dollari: in pochi anni, anche il resto del mondo viene catturato dalla medesima passione, ed entro il 2000 Starbucks conta oltre 3.500 locali e un giro d’affari da 2,2 miliardi di dollari.

 

Nonostante oggi, con un fatturato di oltre 22 miliardi di dollari, Howard Shultz sia uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti, non ha affatto dimenticato le sue origini: in tal senso offre a tutti i suoi dipendenti, compresi quelli part time, una copertura sanitaria completa, stock option, e ha recentemente varato un programma per pagare loro il college.

Un gesto, quello della multinazionale americana, che non può e non deve passare inosservato, sia che si appartenga alla lunga lista di fan del colosso made in USA, sia che ci si schieri dalla parte dei detrattori: per tutto il resto, ai consumatori milanesi l’ardua sentenza.